Unione europea – Tunisia: l’illusione di una cooperazione equilibrata

Euromed Droits, FTDES, Migreurop

Nella notte tra venerdì 12 e sabato 13 febbraio, 48 persone di diverse nazionalità africane sono partite da Sidi Mansour, nella provincia di Sfax in Tunisia, dirette verso le coste italiane. La marina tunisina è intervenuta ad un centinaio di chilometri a nord-ovest di Lampedusa, mentre i passeggeri navigavano in acque agitate. Mentre 25 persone sono state soccorse, una è morta e altre 22 sono state dichiarate «disperse», come altre migliaia prima di loro [1]. Quest’ennesimo naufragio è un testimone di traversate più importanti dalla Tunisia nel corso degli ultimi mesi, diventate più pericolose da quando l’Unione Europea (UE) ha cominciato a rinforzare le politiche di sicurezza nel Mediterraneo in collaborazione con gli stati nordafricani, tra cui la Tunisia.

Nel corso del 2020, più di 13 400 migranti partiti dalla Tunisia sono stati intercettati dalla guardia costiera tunisina e più di 13 200 sono riusciti a raggiungere le coste europee [2]. I numeri non sono mai stati così alti e la Tunisia non è mai stata così al centro dell’attenzione da parte dei/delle dirigenti europei/ee dall’estate 2020. In occasione di un incontro in questo paese il 17 agosto 2020, l’Italia e la Tunisia hanno così concluso un accordo accompagnato da una dotazione di 11 milioni d’euro per il rafforzamento dei controlli alle frontiere tunisine e in particolare per la sorveglianza marittima [3]]. Il 6 novembre 2020, a seguito di un incontro a Roma, la ministra italiana dell’Interno ed il suo omologo francese hanno deciso di schierare al largo delle coste tunisine «mezzi navali o aerei che potrebbero allertare le autorità tunisine in merito a possibili partenze» [4].

Quest’attenzione è stata raddoppiata all’indomani dell’attentato di Nizza, il 29 ottobre 2020. Durante una visita a Tunisi, il ministro francese, giocando sull’amalgama tra terrorismo e migrazione, faceva del controllo delle migrazioni la punta di diamante della lotta al terrorismo e chiedeva una cooperazione a livello europeo con i paesi del Nord Africa per bloccare le frontiere. Seguendo l’esempio dell’Italia, che già collabora strettamente con la Tunisia sul fronte dei rimpatri forzati dei/delle propri/ie cittadini/e [5], la Francia ha chiesto alle autorità tunisine il rilascio automatico dei lasciapassare per facilitare le espulsioni ed aumentarne la frequenza.

Questa cooperazione squilibrata che mette la Tunisia di fronte all’UE e ai suoi stati membri, denunciata instancabilmente su entrambe le sponde del Mediterraneo dalle associazioni per i diritti umani, non è una novità e sta accelerando.

Mentre il numero dei/delle migranti, diretti in Italia, provenienti dall’Africa sub-sahariana attraverso la costa della Tunisia è aumentato nel 2020 [6], i/le dirigenti europei/ee temono che la Tunisia si trasformi in paese di partenza non solamente per i/le cittadini/e tunisini/e ma anche per i/le migranti provenienti da tutto il continente. Dopo essere riuscita a ridurre le partenze dalle coste libiche, ma soprattutto ad aumentare il numero dei respingimenti grazie all’intervento della cosiddetta guardia costiera libica nel Mediterraneo Centrale (10 000 solo nel 2020) [7], l’UE e i suoi stati membri si rivolgono sempre di più verso la Tunisia, diventata uno degli obiettivi principali nelle politiche di esternalizzazione, allo scopo di azzerare il numero di persone che scelgono questa strada. Già dal 2018, la Commissione Europea aveva identificato la Tunisia per l’installazione sul suo territorio di «piattaforme di sbarco» [8], ovvero campi di smistamento esternalizzati al servizio dell’UE, destinati ai/alle migranti soccorsi/e o intercettati/e in mare. Il piano prevedeva anche il rafforzamento delle capacità di intercettazione della cosiddetta guardia costiera tunisina.

Se all’epoca la Tunisia aveva espresso il suo rifiuto di diventare l’hotspot africano e la guardia costiera dell’Europa [9], Tunisi sembra accettare gradualmente di far parte di questo approccio sotto pressione europea [10]. Il sostegno che la Tunisia riceve dall’UE per sorvegliare le sue frontiere marittime continua ad intensificarsi. Dal 2015, Bruxelles moltiplica infatti i programmi destinati alla formazione e allo sviluppo delle capacità della guardia costiera tunisina, in particolare per quanto riguarda la raccolta dei dati personali. Nell’ambito del programma «Gestione delle frontiere in Maghreb» [11] lanciato a luglio 2018, l’UE ha previsto di stanziare 24,5 milioni d’euro, a beneficio principalmente della Guardia nazionale marittima tunisina [12]. Senza dimenticare l’agenzia europea Frontex che controlla le acque tunisine con immagini satellitari, radar e droni [13] e raccoglie dati, condivisi da qualche mese con la guardia costiera tunisina [14], come accade già con la cosiddetta guardia costiera libica [15].L’obiettivo è semplice: individuare le imbarcazioni il più presto possibile per poi allertare le autorità tunisine, in modo che si occupino loro stesse delle intercettazioni marittime. Completano questo quadro i mezzi di sorveglianza navale e aerea che l’Italia e la Francia vogliono schierare per monitorare le partenze dalla Tunisia.

I governi europei accolgono con favore i risultati della loro strategia sui «respingimenti per procura» [16] in Libia. Tuttavia, questa strategia nasconde le conseguenze di una partnership con «guardie costiere» legate a milizie e reti di trafficanti di esseri umani [17], più precisamente il rinvio dei migranti verso un paese non sicuro, da cui cercano disperatamente di fuggire, così come un’ecatombe nel mar Mediterraneo. Poiché le autorità europee si sottraggono alla responsabilità di ricerca e soccorso, delegata alle guardie costiere dei paesi nordafricani, i casi di non-assistenza e naufragio si moltiplicano [18]. Nonostante la rotta del Mediterraneo centrale sia una delle più sorvegliate al mondo, è anche una delle più letali a causa di questa politica del «lasciar morire» in mare. Nel corso del 2020, sono stati registrati quasi 1000 morti [19], senza contare i numerosi naufragi invisibili [20].

Ci rifiutiamo di consentire che questa cooperazione euro-libica, di cui si conoscono già le conseguenze, si ripeta in Tunisia. Se questo paese pacifico e dotato di istituzioni democratiche può a prima vista offrire un’immagine più «accogliente» rispetto alla Libia, non può essere considerato un paese «sicuro», né per i/le migranti, né per i suoi stessi cittadini, sempre più numerosi a fuggire dalla situazione socioeconomica degradata e dall’aggravata crisi sanitaria [21]. La pressione esercitata dall’UE e dagli stati membri per costringere la Tunisia a diventare il ricettacolo di tutti/e i/le migranti «indesiderati» con il pretesto della lotta al terrorismo è inaccettabile. Lo stesso vale per la compiacenza delle autorità tunisine e la mancanza di trasparenza nei negoziati con l’UE ed i suoi stati membri. La lotta al terrorismo non può giustificare in nessun caso il sacrificio dei valori della democrazia a del rispetto dei diritti fondamentali, come la libertà di movimento e il diritto ad un’autentica protezione.

Da entrambe le sponde del Mediterraneo, le nostre organizzazioni ribadiscono la loro solidarietà alle persone in fuga dalla Tunisia e da altri luoghi. Condanniamo queste politiche di sicurezza esternalizzate che generano innumerevoli violazioni dei diritti e non fanno altro che diffondere odio ed intolleranza.


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Unione europea – Tunisia : l’illusione di una cooperazione equilibrata

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